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RUBRICA: Il “dove” e il “me”?

  • “Fin dall’inizio c’è stata un’identificazione tra il mio ambiente dove parlo e il me che parla”.  Così Andrea Zanzotto, con l’illuminante sintesi di una frase (In questo progresso scorsoio, Garzanti 2009). E’ l’identificazione del poeta con un paesaggio dalle molteplici sfaccettature, che si materializza innanzitutto in luoghi reali e naturali, divenuti presto mitici; ma è anche  paesaggio letterario, linguistico, interiore e insieme umano,  paese. E’ popolato di incontri, riti, tradizioni,  idiomi che si depositano e sopravvivono  come memorie del singolo e infine di tutti. E’ un mondo personalissimo e al contempo condiviso, a cui dare voce.
  • E se Andrea Zanzotto fosse un pittore? Risalendo nella storia dei personaggi illustri di Pieve di Soligo, incontriamo a metà Ottocento un Andrea Zanzotto pittore e decoratore, maestro nella locale Scuola di Disegno. Il  nonno del più noto e omonimo poeta: arti diverse, ma radicate in una lunga tradizione di famiglia e in stretta relazione con la comunità. Andrea, insieme ad altri maestri, insegnò a lungo nella  Scuola assolvendo al compito strategico di  formare  gli artigiani del territorio, dotandoli  delle basi tecniche e culturali necessarie per la loro professionalità. La Scuola fu un successo, ma subì le alterne vicende della Storia, così nel primo dopoguerra fu un altro Zanzotto pittore, Giovanni (1888-1960), figlio di Andrea, ad esservi incaricato come insegnante, insieme ad altri artisti.  Alla ripresa delle lezioni nel 1946, dopo la nuova sospensione dovuta alla seconda guerra mondiale, spettò a lui la direzione della Scuola e la responsabilità di diffondere tra gli artigiani quelle competenze tecnico- pratiche, soprattutto nel settore del legno, che rispondevano alle richieste di un’economia locale in progressivo sviluppo.
  • Giovanni Zanzotto, padre del poeta Andrea Zanzotto,  fu dunque professore nella Scuola di Disegno di Pieve di Soligo,  e insieme autore di affreschi, decorazioni e dipinti in numerosi luoghi di culto e in edifici pubblici e privati in Italia e all’estero. Di lui, oltre alla specifica professionalità, si vuole qui  ricordare anche la particolare vicenda umana, sofferta, appassionata e coerente. Dopo le prime esperienze lavorative,  partecipò infatti alla prima guerra mondiale e nel dopoguerra, oltre a dedicarsi  alla riorganizzazione della Scuola di Disegno, si avvicinò all’ideologia socialista, dovendo negli anni subire le conseguenze della sua aperta opposizione al regime fascista: perse il lavoro e dovette prendere la strada dell’emigrazione. Un destino vissuto da tanti altri abitanti del Quartier del Piave e della pedemontana che nella prima metà del Novecento furono costretti a lasciare le loro case.